Quadrini: Una nuova stagione di responsabilità e coraggio

CONGRESSO PROVINCIALE 2011

- Brescia, 17 dicembre 2011-

Care amiche, cari amici…

Prima di affrontare alcune riflessioni politiche e sociali consentitemi di salutare e ringraziare tutti gli ospiti che oggi sono presenti… è il segno di una attenzione seria, spero non scontata, a testimoniare che il confronto e l’ascolto anche tra parti “diverse” è oggi più che mai necessario.

 

Ringrazio il Sindaco Paroli per le parole affettuose che ha espresso nei confronti del nostro partito…segno anch’esse di stima sincera e da parte nostra ricambiata…

 

Ringrazio e saluto l’amico Antonio De Poli che ha accettato di presiedere il nostro congresso…

 

Ma il saluto più caloroso e riconoscente è a tutti voi, amici, iscritte e iscritti, segretari di sezione, dirigenti provinciali e regionali, amministratori comunali e provinciali, perché è grazie soprattutto a tutti voi, al vostro impegno, al vostro sostegno, al vostro quotidiano testimoniare se oggi possiamo con orgoglio dire che il nostro partito è anche a Brescia una forza politica radicata nel territorio provinciale, stimata e rispettata da tutti i partiti e dalla società bresciana…grazie…grazie veramente con affetto…

 

Il filmato che abbiamo appena visto riassume in pochi minuti, in poche immagini o meglio, vorrei dire, fotografa in maniera dura e impietosa la realtà nella quale oggi viviamo…

  • La stanchezza
  • La sfiducia
  • La precarietà della politica
  • La fragilità dell’economia
  • La condizione dei nostri giovani
  • Una società sempre più multiculturale
  • Il lavoro
  • Il nostro territorio
  •  

Tutti temi che oggi troveranno spazio e approfondimento in questo congresso grazie al lavoro di alcuni amici che su questi temi hanno sviluppato riflessioni e contributi specifici.

 

Lascerò a Pierferdinando Casini la vera riflessione politica della mattinata per non ripetere concetti totalmente condivisi.

Cercherò invece di concentrarmi su alcune questioni…  

 

Sta per concludersi l’anno 2011, cioè l’anno in cui tutti noi abbiamo celebrato e stiamo ancora celebrando il 150° anniversario della nostra unità di Patria, di Nazione…

Un anno ricco di avvenimenti significativi e anche tristi (quali alluvioni, terremoti…).

Un anno iniziato con un Governo sostenuto da una ben precisa maggioranza e che si chiude con un altro esecutivo sorretto da una maggioranza diversa…

 

Un anno iniziato con una parte di quella maggioranza, la Lega, che pur alla guida del Paese ripudiava il Tricolore e l’inno di Mameli in tutte le sedi istituzionali e che sta terminando con quella parte di maggioranza, ora minoranza, o opposizione quasi solitaria che rispolvera la secessione e riapre il parlamento del Nord.

 

Un anno che sancisce la fine di un’epoca e che apre le porte alla speranza di un’epoca nuova, possibilmente migliore.

Certo, la fase politica che finisce ci consegna una drammatica realtà: una realtà ben diversa da quella che per parecchio tempo si è tentato di rappresentare.

Una realtà dura che varca i confini nazionali, che coinvolge l’intera società occidentale, che ci fa comprendere quanto sia profonda la crisi di questo sistema…

 

Che la tanto celebrata globalizzazione presenta l’altra faccia della medaglia: disoccupazione e bassi salari, crisi finanziaria, rischi ambientali, pericolose tensioni internazionali.

Abbiamo i telefonini (2 o addirittura 3) ma non abbiamo più i bambini. In un mondo rovesciato il superfluo spesso costa meno del necessario…

 

Possiamo andare a Londra con 20 euro, ma per fare la spesa al supermercato ne servono almeno 40. Sale il costo della vita dal pane alle bollette; stiamo consumando le risorse del pianeta…

E nell’Europa in cui viviamo assistiamo ad un doppio declino: cadono sia i numeri della popolazione sia i numeri della produzione.

 

Nel contesto che ho appena descritto, già di per sé complesso e difficile da affrontare, l’Italia sta vivendo una crisi più profonda nella crisi internazionale.

Il nostro è un Paese invecchiato, immobile, che non cresce e che ha lasciato irrisolto il degrado della politica e la credibilità delle istituzioni in una forte compressione degli spazi democratici di partecipazione e di decisione.

 

Una situazione a cui siamo arrivati, soprattutto, per aver imboccato un sistema politico sbagliato.

Il bipolarismo italiano, che si è distinto per una feroce contrapposizione, non tiene più.

 

Quindici anni di questo sistema hanno portato ad un forte indebolimento delle culture politiche del Paese che si è concretizzato nell’incapacità di affermare il bene pubblico nella difesa e trasformazione dell’economia sollecitata alla competizione globale.

 

Rendendoci conto di ciò abbiamo saputo distinguerci dai due blocchi cercando, in più riprese, di spostare il dibattito politico su temi diversi e innovativi da quelli normalmente affrontati dai maggiori partiti.

 

 

Purtroppo la nostra voce è rimasta per troppo tempo inascoltata… almeno sino ad oggi quando un’accelerazione della storia porta ad una visibile e forte accettazione delle nostre ragioni.

 

Nella crisi del sistema bipolare abbiamo indicato per tempo l’analisi critica e la soluzione per un Paese che ora paga duramente l’inadeguatezza della politica.

In mezzo a tutto ciò c’è la fine di un’epoca, il dissolversi di una sorta di sbornia che ha colpito gli italiani e che ha impedito loro di accorgersi di quanto stava accadendo.

 

Il sogno federalista di Bossi, non supportato da un’azione politica adeguata e coerente, è naufragato nel mare di tasse e vincoli che hanno sommerso il Nord e le autonomie locali.

I comuni, gli enti locali più vicini ai cittadini e cellule fondanti del federalismo all’italiana, non sono mai stati in difficoltà come ora.

Bloccati dal patto di stabilità e avviliti nelle loro competenze dagli enormi tagli subiti negli ultimi anni sono, in molti casi, incapaci di mantenere la qualità e la quantità dei servizi.

 

Gli italiani, nel federalismo di comodo della Lega hanno sempre creduto poco, aldilà del folklore padano, diffusosi anche a Brescia. La delusione vera però l’hanno avuta col fallimento della rivoluzione berlusconiana.

 

L’unico impegno mantenuto è stata l’abolizione dell’ICI con le conseguenze che ben conosciamo e che oggi deve essere forzatamente reintrodotta a dimostrazione di quale errore fu agire proprio sull’unica tassa federale del nostro Paese.

 

La realtà è che negli ultimi tre anni il debito pubblico è passato dal 103,2% del 2008 all’attuale 120% del prodotto interno lordo.

 

Pierferdinando Casini già da tempo aveva capito come sarebbe andata a finire.

 

Sono infatti già passati cinque anni da quando l’Udc decise di smettere di essere solo un’appendice di un centrodestra ormai da archiviare e di diventare un partito autonomo. Da allora sono trascorsi anni difficili, impegnativi, faticosi in cui abbiamo rischiato di scomparire dalla scena politica così come è accaduto ad altri.

 

Era il 2 dicembre 2006 quando, dal palco del Palasport di Palermo, Pierferdinando ci disse che la Casa della Libertà aveva fallito la sua missione e che il nostro destino politico non poteva più essere legato allo schema disegnato da Silvio Berlusconi.

 

Dalle mie parti si dice che la ragione la si da solamente ai matti. Molto spesso, però, il confine tra pazzia e capacità di leggere il futuro è davvero molto sottile.

Se questo è vero allora credo che si possa tranquillamente affermare che Pierferdinando abbia ampiamente dimostrato di possedere una grande propensione alla follia, avendo avuto ragione su tutta la linea.

Dopo anni di rinvii siamo arrivati al punto che avevamo previsto e cioè che occorreva un governo di pacificazione e di salute nazionale, l’unico oggi in grado di affrontare questioni che la politica non è stata in grado di risolvere.

Ecco perché noi – e il Terzo Polo, che nel frattempo si è stretto intorno alle nostre intuizioni e alle nostre scelte – sosteniamo questo governo con convinzione, senza pretese personalistiche o veti.

 

Ci siamo resi conto che la politica non era più in grado di assolvere ai propri compiti al punto di dover cedere il passo ad un esecutivo super partes che fosse in grado di realizzare quello che i partiti non avevano più: la credibilità, l’autorevolezza e la forza di unire e ricostruire.

Questo, in sé, sarebbe anche accettabile se non vi fosse il paradosso che gli stessi che non hanno saputo affrontare le difficoltà del Paese, oggi, senza alcuna vergogna, criticano l’operato di Monti senza tener conto che è costretto ad agire in emergenza… con tempi ristretti sugli stessi impegni assunti dal Governo Berlusconi con le autorità europee e con la spada di Damocle dello spread che ci pende sulla testa, se non onoriamo le promesse di risanamento.

È un po’ come se un’equipe di medici approssimativi e inadeguati sapesse quale malattia sta affliggendo il loro paziente ma non quale cura utilizzare per guarirlo e fosse quindi costretta a chiamare un luminare, l’unico in grado di applicare la giusta terapia, e poi lo criticasse per come somministra la medicina.

Il Governo Monti, son convinto, sta lavorando con serietà e credibilità attraverso la stesura di una manovra che chiede molti sacrifici agli italiani, ma che deve, da domani, offrire agli stessi il senso di tali sacrifici, attivando varie e incisive misure per la crescita e lo sviluppo.

Se stringiamo ancora la cinghia oggi, lo facciamo solo perché convinti che domani i nostri figli possano allentare la loro…

Permettetemi, qui, un appello che l’amico Pierferdinando ha fatto più volte in questi giorni…

La classe politica dev’essere la prima a stringersi questa cinghia, perché l’esempio è più credibile della chiacchiere…

Un appello, tra i tanti, lo rivolgiamo anche noi a Monti…

Recepisca al più presto la direttiva europea che impone agli enti pubblici tempi certi nei pagamenti alle imprese private…

Questo problema sta causando drammi umani costringendo alla chiusura molte aziende.

Comunque sia e comunque venga interpretato, questo esecutivo, come abbiamo sempre sostenuto, non è e non sarà una semplice parentesi nel quadro politico italiano.

Occorre, quindi, riflettere su come organizzare attorno alla nostra visione storica un punto di riferimento, una nuova progettualità politica capace di attrarre consensi che oggi sono in libertà, incerti o nella dimensione dell’astensionismo.

Un’indicazione importante in questo senso ci è arrivata dall’incontro organizzato a Todi dalle associazioni e di movimenti cattolici il 17 ottobre scorso.

A Todi ci si è interrogati sulle implicazioni, anche politiche, di una riscossa morale sempre più diffusa nel cattolicesimo italiano prendendo, infine, congedo da una lunga stagione storica e spingendo l’intera società italiana ad una necessaria ricomposizione.

Questa rinnovata centralità dei cattolici in politica non costituisce, però, il nucleo di un nuovo partito ma qualcosa di più profondo e di più importante: è il segno di una volontà di scommettere sul futuro dell’Italia e, in particolare, sul futuro della politica e dello Stato, in misura superiore a quanto si sia fatto dal 1994 ad oggi. (*Ringraziare i rappresentanti bresciani per l’incontro del 21 novembre scorso…)

Si tratta di ritrovare una dimensione della politica che sia laica  ma anche ispirata da profondi valori del magistero sociale condivisi sia da credenti sia da non credenti.

Per riuscire in questo intento è necessario concentrarsi e sostenere il veicolo principale di questi valori – la famiglia – e coloro che hanno più bisogno di recuperare una visone morale e positiva del mondo: i nostri giovani.

Il nostro Paese soffre di una pesante mancanza di equità tra generazioni. Finora la famiglia ha sostenuto i costi prevalenti del ricambio generazionale.

Credo però che adesso occorra davvero domandarsi fino a quando potrà reggere una simile situazione.

 

L’Italia è in ritardo di vent’anni negli interventi pubblici a favore dei giovani, della famiglia e della natalità.

 

Nella maggior parte dei paesi del Nord Europa si investe da un trentennio nella famiglia, con una visione lungimirante che riconosce le donne come importanti motori dell’economia.

E dove l’istruzione dei figli ha un ruolo fondamentale nella mobilità sociale.

 

In Italia, invece, nessuno sembra preoccuparsi di questi fenomeni.

 

Non è un caso che tra i tanti motivi di preoccupazione sullo stato dell’Italia, quello riguardante il rapporto dei giovani con la sfera lavorativa pare particolarmente grave.

Il tasso di disoccupazione dei giovani italiani si avvicina all’insostenibile quota del 30 per cento, superiore di molti punti rispetto alla media Unione Europea.

E cresce anche la quota di chi emigra all’estero in cerca di prospettive migliori.

 

Ad aggravare dei livelli altissimi di disoccupazione giovanile si somma il fenomeno dei ragazzi che non lavorano, non frequentano l’università e che non seguono corsi di formazione professionale.

 

Bisogna avere il coraggio di modificare la politica del lavoro in Italia e non certo reintroducendo tutele e privilegi non più riproponibili.

Altri paesi hanno dimostrato che, in linea di principio, è possibile, che la discontinuità potrebbe non essere un problema, se i trattamenti economici ad essa associati e gli ammortizzatori sociali previsti in caso di disoccupazione fossero adeguati a garantire un minimo di sicurezza materiale.

 

Per ovviare a questo stato di cose, il principio da seguire in futuro dovrebbe prevedere un costo del lavoro inversamente proporzionale alla precarietà: chi è più instabile deve essere pagato di più in considerazione della sua maggiore esposizione al rischio di perdere il lavoro.

Oltre al sistema lavorativo anche quello economico merita una profonda riforma.

La crisi che stiamo vivendo rispecchia il fallimento di un sistema che si è basato troppo sulla finanza e sulla speculazione e poco sull’etica e la società.

Dalla crisi finanziaria ed economica possiamo però trarre numerose lezioni. Fra tutte spicca, sicuramente, la necessità di liberarci dalla grande speculazione – la finanza fine a se stessa – restituendo piena centralità all’industria, alle piccole e medie imprese, agli imprenditori e ai lavoratori.

Per centrare questo obiettivo le nostre imprese devono rafforzare la propria competitività.

Brescia, la Lombardia, l’Italia hanno bisogno di imprese concorrenziali, ma che siano socialmente responsabili.

La responsabilità sociale d’impresa deve rappresentare un valore aggiunto che è perfettamente compatibile con tale visione.

Le imprese non sono fatte soltanto dall’imprenditore e dal capitale che vi è investito. Le imprese sono fatte di persone, di donne e uomini che quotidianamente vi lavorano, per realizzare idee, prodotti, servizi e per produrre benessere a vantaggio di tutti.

Come ha ricordato recentemente l’industriale indiano Mukesh Ambani – l’uomo più ricco dell’India – spronando gli industriali del suo Paese a farsi carico della povertà diffusa nel Paese:

“I profitti sono importanti per gli azionisti, ma nessuna attività economica è sostenibile, a meno che gli imprenditori non abbiano una visione più ampia e non contribuiscano a cambiare le vite di milioni di persone”.

Riaffermare una visione etica del mercato – vero punto di incontro tra cattolici e laici – rappresenta sicuramente l’approccio migliore su cui fondare qualsiasi manifesto programmatico per la ripresa economica, legandola alla centralità dell’uomo, come individuo e cittadino.

Credo sia questa la ricetta che dobbiamo seguire con un ingrediente in più da aggiungere e che è molto importante per la provincia di Brescia: uno forte sostegno al comparto agricolo o agroalimentare.

Oggi l’esodo dalle campagne ha toccato il suo picco più drammatico, allora perché non riflettere sul fatto che una nuova idea di agricoltura può favorire progetti di vita per tanti giovani chiamati a non fare la vita grama dei vecchi contadini ma un lavoro moderno, dignitoso e gratificante?

 

Certo, riuscirci non è facile, soprattutto in Italia dove abbiamo cambiato quattro ministri dell’agricoltura in meno di quattro anni, ma ce la dobbiamo e possiamo fare.

Per riuscirci dobbiamo concentrarci su alcuni, fondamentali obiettivi.

Abbiamo bisogno di incentivare l’agricoltura nelle zone a rischio idrogeologico perché le attività forestali e agricole prevengono il degrado del territorio, mantenendo le comunità nelle loro sedi naturali a prendersi cura dei paesaggi;

abbiamo bisogno di proteggere il territorio, l’acqua e l´aria da un processo di inquinamento chimico che non può più essere tollerato;

abbiamo bisogno di invertire la tendenza delle malattie “da benessere” come l´obesità, il diabete, i disordini cardiocircolatori, i tumori, causate in buona parte dall´inquinamento, dall´alimentazione di cattiva qualità, dalla presenza di chimica legalizzata nel nostro cibo quotidiano;

abbiamo bisogno di mitigare i cambiamenti climatici;

abbiamo bisogno di proteggere le culture locali, che hanno in sé molte informazioni utili in questi tempi di crisi ambientale, sociale ed economica;

abbiamo bisogno di proteggere le economie locali, e i mercati di prossimità, che possono rivitalizzare le nostre aree rurali e farle tornare ad essere luoghi di benessere, di produzione di reddito, di occupazione giovanile;

abbiamo bisogno di mantenere alte le bandiere del turismo, che non si nutre solo di visite alle città d´arte ma soprattutto di paesaggi agrari e di territori accoglienti.

E chi fa tutto questo, tutti i giorni, senza ricevere nessun riconoscimento?!

L’agricoltura di qualità, che ha come obiettivo primario il cibo per le persone e non le merci per i mercati e che, nella stragrande maggioranza dei casi, è un´agricoltura di piccola scala.

Ecco, noi ci dobbiamo impegnare affinché la nuova PAC (Politica Agricola Comune) destini molto di più a questo tipo di agricoltura, e non soltanto il 20%.

Se iniziamo a insistere in ogni occasione possibile su questi argomenti, qualche passo importante riusciremo a farlo.

Questi sono solo alcuni, piccoli esempi ma sono tante cose che andrebbero fatte.

 

C’è una concorrenza che non si riesce a vincere e ci mette all’angolo. Se pensiamo che nel 2050 saremo nel mondo in 20 miliardi, mentre oggi siamo a 7 miliardi e, quando naque Gesù, eravamo 300 milioni, ci rendiamo conto come sia difficile senza strumenti adeguati resistere alla concorrenza dei Paesi emergenti.

Basti pensare alla Cina e all’India e ci renderemmo conto che il nostro Paese, la nostra vecchia, cara Europa si trova a giocare una partita delicata e su un piano decisamente inclinato.

 

In questo contesto nuovo vanno inquadrate anche le problematiche della immigrazione. Sono arrivati in molti nel nostro Paese spinti da una necessità: ricercare migliori condizioni di vita.

E, grazie alla presenza di questi extracomunitari, è stato possibile risolvere le esigenze delle nostre imprese. Imprese, nelle quali i nostri lavoratori non volevano più soggiacere a lavori usuranti.

 

Altrettanto si potrebbe dire, su un altro versante, per le molte badanti che hanno supplito alle necessità di molte delle nostre famiglie per carenza di disponibilità da parte delle nostre donne. Accudire un anziano in casa è diventato difficile per una famiglia non più patriarcale, ma che ha visto mutare radicalmente la sua condizione nel momento in cui anche la donna ha iniziato a lavorare fuori casa.

 

Immigrati con un loro vissuto, una loro storia, una loro identità. E noi cosa vorremmo fare? (nasconderli?!)

Personalmente non credo ad una integrazione di prima generazione. Ma molti di questi hanno generato dei figli qui in Italia, che, quindi, debbono essere considerati italiani a tutti gli effetti e che un domani non vorranno più tornare  al loro Paese d’origine.

 

 

 

 

E a Brescia che si fa per loro?

Nella nostra civilissima Brescia poco, per non dire nulla.

Ci si intestardisce in un localismo becero, che si ostina a chiudere all’altro, al diverso di pelle, di religione. Ma come potremo continuare così, se nella sola nostra città gli immigrati hanno raggiunto il 15%.

(le vicende del bonus bebè, il brindisi sulle macerie dei campi rom)

 

Il dibattito sul riconoscimento della cittadinanza italiana a chi è nato sul nostro suolo è la migliore occasione per ricomporre anche questa situazione di contrasto e di tensione in una visione di solidarietà e integrazione.

 

Mi rendo conto da questo lungo elenco delle tante emergenze che toccano la pelle della nostra gente…

i tanti sacrifici determinati dal risanamento della spesa pubblica per poter essere ancora una Provincia Europea…

la centralità del lavoro nella perdurante crisi…

il primato della famiglia e dei servizi finalizzati al futuro dei giovani…

le nuove energie dei lavoratori stranieri sulle nuove frontiere del personalismo e della solidarietà…

come sia necessario “rifare” il Paese… risanare lacerazioni… ricucire energie e disponibilità proprio ripartendo dal nostro territorio, da Brescia da dove tutte queste grandi questioni esplodono e si addensano perché irrisolte sul piano culturale e perché anche qui la politica non è riuscita a dare ad esse una ricomposizione di visione verso un equilibrato e solidale destino comune.

 

Il primato della politica si conquista nella capacità di avere questa solida visione d’insieme dei problemi e sulla fiducia che le energie migliori della nostra terra possano ancora trovare nella difficoltà sentimenti e ragioni per unirsi e non più contrapporsi in forzate lacerazioni tra destra e sinistra che non sono più tali se non sanno interpretare la centralità e la concretezza delle soluzioni.

 

A Brescia, negli ultimi anni, abbiamo operato, anche governando il Comune in un’alleanza di centro destra, nella ricerca di un equilibrio più soddisfacente fra l’area riformatrice e moderata di ispirazione cristiana – in cui ancora ci identifichiamo – e le nuove rappresentanze che, nella cosiddetta Seconda Repubblica, hanno trovato attorno alla leadership di Silvio Berlusconi una forza consistente di opinione e di consenso, oggi in forte declino.

 

Abbiamo assunto con serietà e mantenuto l’impegno con i nostri elettori sia dai banchi di governo della Loggia sia dai banchi dell’opposizione in Provincia.

 

Non è strabismo… è coerenza con le scelte e con il percorso politico che dal 2006 abbiamo intrapreso…

Continueremo nella consapevolezza che nulla è immutabile, che non sono più la destra, la sinistra o il centro gli spartiacque della nostra società…

 

Sono la volontà o meno di ricercare soluzioni condivise… di saper riscrivere alla luce della realtà odierna le priorità rispetto ad agende o programmi di governo che sono stati stravolti non da forze politiche ma dalla precarietà della situazione economica.

 

Per questo dialogheremo con tutti, a 360 gradi… con tutti coloro che mostreranno di anteporre oggi gli interessi della nostra terra alle convenienze elettorali o di parte.

Sarà quello il terreno d’incontro ed il punto di ripartenza per le prossime tornate elettorali.

 

Voglio essere più chiaro:

oggi non è più il tempo in cui la maggioranza della Loggia può restare aggrappata a cronoprogrammi superati…

non è più il tempo in cui l’opposizione del centro sinistra si attardi su contrapposizioni spesso preconcette dovute più per assolvere al ruolo di opposizione che per visione sempre diametralmente opposta:

-      La scelta vincolante della Metropolitana…

-      La pianificazione urbanistica della città…

-      Il welfare cittadino…

 

Alla Lega… con cui spesso ci confrontiamo aspramente sul terreno della politica, ma con la quale non manchiamo di condividere le azioni qualificanti dell’amministrazione in città…

 

Alla Lega, forza di governo a Brescia città… Brescia Provincia… e in Regione Lombardia e fino a ieri anche al Governo nazionale…

 

Non può oggi chiamarsi fuori dalle responsabilità che ricadono su tutta la classe politica… non può dopo le scelte che ha compiuto in questi anni a Roma, come a Milano recitare il ruolo della sopravvenuta da Marte…

 

Il federalismo mancato

Le tasse aumentate

La mancata regolazione dei flussi migratori

La continua mortificazione delle piccole e medie imprese del Nord

Il flop delle ronde come antidoto all’insicurezza percepita

 

Basterebbe questo, anche se c’è molto d’altro, per inchiodarvi alle vostre responsabilità tanto grandi e pesanti quanto i ministeri da voi ricoperti nei governi nazionali…

 

Credo che la gente oggi non sia più disponibile ad assistere ai vostri giochi di prestigio…

 

C’è invece la nostra disponibilità a confrontarci anche con voi su un progetto concreto di rilancio del Paese… e per Paese non intendo Piffione, ma intendo l’Italia intera, da Vipiteno a Siracusa…non può esserci nessun confronto con chi mira a sfasciare il Paese!!!

 

Oggi è il tempo della corresponsabilità, del coraggio nel ricercare un percorso di condivisione…

L’ipotesi di un Nuovo Polo aggregatore dei riformisti e dei moderati per dare consistenza ad una stagione di responsabilità ed emergenza nazionale è un analisi giusta, una suggestione interessante ma è solo il primo nucleo di un impegno aggregativo ben più ampio.

 

Avvertiamo una nuova attenzione attorno all’Udc e al ruolo che dobbiamo svolgere, che ci ripaga dall’amarezza di veder accolta la nostra analisi solo dopo il pesante ed oneroso crollo del bipolarismo all’italiana.

 

Che fare dunque?

 

C’è chi prospetta una riorganizzazione della Democrazia Cristiana, chi pensa una strutturazione italiana del Partito Popolare Europeo – dove assieme operano Udc e Pdl con la Lega fuori.

 

Altri aspettano ulteriori fuoriuscite dai due Poli delle componenti cattolico democratiche o liberali in un nuovo “scomporre per ricomporre”.

 

Altri ancora guardano nella direzione delle liste civiche che, in molte realtà locali bresciane, riescono ancora a dare visibilità ad un modo di vedere la politica come impegno concreto a risolvere i problemi.

 

Probabilmente la soluzione sta nell’assumere tutte queste iniziative, coagulando le energie disponibili, in una rete di collegamenti costanti, in una forma partito costantemente aperta alle parti sociali ed economiche capace di discutere con essi le crescenti problematiche.

 

C’è bisogno di parlarci e di saper parlare ad una società che cerca un punto di riferimento, di guardarci attorno per vedere chi è disponibile, di ricercare forme nuove di aggregazione e di progettualità politica, per prepararci ad una crisi del sistema che non tarderà a prodursi sugli effetti negativi della pesante crisi economica.

 

Il dopo Berlusconi è già iniziato. Occorre riflettere su come organizzare attorno alla nostra visione storica un punto di riferimento, una nuova progettualità politica capace di attrarre consensi che oggi sono in libertà , incerti o nella dimensione dell’astensionismo.

 

Vogliamo provare a ricercare, a Brescia e sul territorio, una possibilità di interlocuzione concreta per una nuova politica che sia “grembo di futuro” con i soggetti culturali e sociali di nuovo attivi sull’etica sociale e l’etica della vita.

 

Vogliamo aprire il partito, per una reazione ragionata su questa esigenza di ricomporre le fila della storia e del futuro dei democratici cristiani in politica.

Nella consapevolezza che la situazione è difficile, incerta e confusa ma che non possiamo aspettare che altri trovino la soluzione o che siano gli avvenimenti a precipitare in una tragica impotenza.

 

 

 

 

Se riusciremo a salvare il Paese dall’emergenza, se il Governo Monti, che sosteniamo senza se e senza ma, riuscirà a traghettarci fuori dalla crisi, il futuro scenario politico sarà del tutto nuovo ed ancora imprevedibile ma sarà certamente di cambiamento.

 

Dobbiamo saperci meritare l’essere al centro di questa evoluzione, tramutando la forte attenzione che oggi avvertiamo nella fiducia di essere ancora protagonisti del destino di un popolo…

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